Artemisia Gentileschi

La parabola esistenziale di Artemisia Gentileschi è tra le più dolorose della storia dell’arte italiana. Nata Roma nel 1593 e figlia d’arte (il padre è il celebre Orazio Gentileschi), si avvicina, ancora bambina, alla pittura e viene accolta come prima donna nell’Accademia del Disegno di Firenze, dove comincerà a definire, attraverso il contatto con i grandi artisti dell’epoca, i tratti caratteristici del suo innovativo modo di dipingere.

La pittura di Artemisia è una riuscita commistione tra il classicistico rigore dell’arte paterna, nella limpidezza delle forme e nell’equilibrio delle parti e l’influsso del caravaggismo (approfondito in particolare nel soggiorno napoletano – con i suoi accenti drammatici, le tonalità cupe e tenebrose, i gesti teatrali ed enfaticamente esasperati).

Il realismo straziante, le azioni crude quasi macabre, i toni scuri e intensi che predominano nelle sue opere non sono casuali. Ogni scelta creativa, si carica, nell’arte della Gentileschi, di una paradigmaticità radicale divenendo testimonianza della sua tragica vicenda personale che la condannò a subire, a soli 18 anni, una violenza sessuale da parte dell’amico del padre Agostino Tassi.

Le protagoniste della sua pittura, Cleopatra, Lucrezia, Giuditta, Maria Maddalena, sono dunque donne d’azione, volitive e decise nei loro propositi brutali, dalla personalità marcata e aggressiva e dal carattere ruggente. Ma sono anche donne sofferenti, sfiorite, inquiete, che celano dietro un’esteriore risolutezza quella lacerazione emotiva e quel turbamento interiore che afflissero crudelmente Artemisia per tutta la vita. Sono tutti quadri in cui alle sottili sfumature di erotismo si combina una fermezza incrollabile e, al tempo stesso, un’agitazione sottesa come se le figure fossero sospese in attesa di una deflagrazione: è in questa mescolanza ibrida che risiede il fascino della Gentileschi e la potenza incommensurabile della sua arte.

Artemisia Gentileschi (1593-1653) – Conversione della Maddalena (Maria Maddalena penitente) (1615-1616)

LA RIVENDICAZIONE FEMMINILE NEL SEICENTO

Longhi definisce Artemisia Gentileschi “ l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura” e, sebbene  risulti denigratoria nei confronti di altre pittrici poco celebrate dalla storia, tale considerazione aiuta a comprendere il ruolo essenziale che l’autrice ha rivestito nell’arte italiana non soltanto per la sua indubbia capacità nel dipingere meravigliosamente e nell’assimilare e combinare in maniera effervescente spunti eterogenei, ma soprattutto per il contributo dato alla lotta femminista per la rivendicazione del riconoscimento artistico.

Con Artemisia, per la prima volta, una donna entra prepotentemente nel quadro di un’arte che ostenta quasi esclusivamente volti maschili e porta con sé un bagaglio di esperienze tormentate e sofferte e un percorso travagliato di affermazione personale, di cui le opere si fanno struggente emblema figurativo.

Roland Barthes ci dice che la forza dei quadri della Gentileschi è nel capovolgimento irruento dei ruoli, nell’imposizione di un’ideologia nuova e consapevolmente rivoluzionaria che per noi moderni è il segno della “rivendicazione femminile”. Quella di Artemisia è una voce impetuosa e spesso isolata che urla la necessità di cambiamento, è un silenzioso grido di libertà tacitamente trasmesso dall’arte, è un monito e un’esortazione alle donne di ogni tempo affinché non si arrendano agli ostacoli della vita, è un insegnamento di coraggio e fiducia trasmesso a ciascuno di noi, che è sostanziale e non dovrebbe mai essere dimenticato.

 

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